Ricostruzione_Marionette

Citazioni intorno al teatro di figura

 

L-occhio-di-Klee-sull-infanzia

Paul Klee – Marionettes.  Zentrum Klee ,  Berna.

 

Felix Klee

Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, a Monaco, Paul Klee, marito e padre, si occupava del ménage familiare con Lily, mia madre, che si guadagnava da vivere dando lezioni di piano. Klee, tuttavia, non trascurava affatto la sua attività principale. Io, Félix, accompagnavo mio padre, sempre attaccato a lui. Andavamo spesso per acquisti in zona, a volte per giri più lunghi – al Jardin Anglais per esempio, oppure due o tre volte l’anno al marché aux puces, dove mio padre comprava a buon mercato vecchie cornici, che ancora oggi decorano molte sue opere. Quando si dedicava ai suoi acquisti, mi piazzava davanti al teatro dei burattini; nasce a quell’epoca il mio gusto per il teatro. Il rude carattere squisitamente bavarese della rappresentazione suscitò in me il desiderio ardente di avere e di animare qualcosa di simile. Ne 1916 mio padre realizzò il mio sogno di bambino, facendo per me delle marionette e un teatrino. Le teste delle marionette (poupées) erano di gesso. I primi personaggi furono la “signora Morte”, “Guignol”, “Gretl” sua moglie, “Sepperl” il suo compagno, il “Diavolo” e il “Poliziotto”. Un’amica di famiglia Sasha von Sinner, che diventerà moglie di Ernst Morgenthaler, abitava a Monaco e nella pensione in cui viveva, alla Schellingstrasse, cucì gli abiti per le marionette (poupées). Nascono, forse, così le marionette “Sasha” che diventeranno celebri. Mio padre incollò pezzi di stoffa su una grande cornice e l’attaccò nel vano della porta, fra il soggiorno e la camera da letto. Dietro, creò un fondale bellissimo:  una chiesa di villaggio con l’orologio dall’enorme quadrante. Questa scena, purtroppo persa, rappresenta una squisita fusione di pittura e di collage. La vivacità delle scene improvvisate fra Guignol e il Diavolo che, chiuso nella cassa magica si faceva scacciare, per essere rinchiuso in una più bella, contrastava piacevolmente con l’atmosfera spirituale della nostra casetta di Schwabing. E mentre fumava la pipa, Klee assisteva spesso alle rappresentazioni con “ Fripouille”, il nostro gattone tigrato e selvaggio. Mio padre si divertiva moltissimo per la genuinità delle farse rappresentate, come le spiegazioni comiche che si scambiavano un Monacense e un Bernese, ognuno nel proprio dialetto, escludendo così ogni possibile comprensione fra loro.  E’ senza dubbio in questo periodo che nasce e comincia a crescere la mia vocazione: la messa in scena e il teatro, che diventeranno la mia professione. Ogni anno, ai vecchi personaggi si aggiungevano i nuovi: “Cocodrile”, “Madame la Mort” e la “Grand-mère du Diable”. Gli occhi di quest’ultima erano fatti con due punte di stecche di ombrello; Cocodrile poteva davvero divorare i personaggi sgradevoli, mentre “vomitava” volentieri quelli gentili, che tornavano in vita senza danno alcuno. Nel tempo i personaggi diventarono sempre più fantastici e il loro numero aumentò fino a raggiungere la cinquantina nel 1925. Klee si dedicava con piacere sempre nuovo a questo gioioso teatrino.

Oltre alla realizzazione delle teste, bisognava provvedere agli abiti delle marionette, che Klee, tranne che per le prime, creò personalmente. Con grande disappunto di mia madre, mio padre prendeva dal cassetto vari pezzi di stoffa e li univa con la macchina da cucire Singer, azionata a mano.

Il teatro e i suoi scenari furono abbandonati a Dessau nel 1933. Nel 1945 dodici marionette divennero preda dei bombardieri inglesi a Würzburg; oggi ne restano solo trenta.

 

Felix Klee  Paul Klee – Marionettes  Berne 2006 pp 43-46 , trad. Laura Scuderi

 

 

Alejandro Jodorowsky

Un giorno Veronica mi svegliò alle sei di mattina. “Smettila di lavorare solo con la mente. Le mani così come le parole hanno parecchio da esprimere. Ti insegnerò a costruire i burattini.” In cucina mi insegno come ottenere un impasto facilissimo da modellare facendo bollire della carta di giornale tagliata a striscioline, stropicciandola e sminuzzandola per poi mescolarla con la farina. Sopra una palla fatta con una vecchia calza e qualche manciata di segatura riuscì a scolpire teste di pupazzi che si indurirono asciugandosi al sole. In seguito Carmen mi insegnò a dipingerle. Pancha cucì i vestiti nei quali infilavo le mani come se fossero guanti per muovere e far parlare i personaggi. Drago mi costruì un teatrino, una sorta di paravento girevole, dietro il quale potevo animare i miei pupazzi. Me ne innamorai. Mi affascinava vedere che un oggetto costruito da me mi sfuggiva di mano. Nel momento in cui infilavo la mano sotto il burattino, il personaggio iniziava a vivere in modo quasi autonomo. Assistevo all’evoluzione di una personalità sconosciuta, come se il burattino si avvalesse della mia voce e delle mie mani per assumere un’identità che gli era già propria. Come se il mio intervento fosse più simile a quello del servitore che a quello del creatore. Insomma avevo l’impressione di essere controllato,manipolato dal pupazzo! D’altra parte, in un certo senso , i burattini mi avevano fatto scoprire un aspetto importante della magia, il trasferimento dalla persona all’oggetto.

 

Alejandro Jodorowsky  La danza della realtà Milano 2004 pp 84 – 85

 

Maria Signorelli

Sono giunta alla professione di burattinaia dopo molti anni di costumista e scenografa teatrale… scelsi il burattino mosso dalla mano stessa dell’uomo e non la marionetta, retta da fili, perché trovavo che esso meglio poteva esprimere le sfumature più intime del personaggio e che il burattinaio che gli dà la vita può farlo veramente nel massimo abbandono, con tutta l’anima.

 

 

Mario Lodi

Il burattino nelle sue diverse forme, è un popolo diffuso in tutto il mondo che nessuna guerra è riuscito a distruggere. Questo perché il burattino è la proiezione del sentimento umano nella “cosa”  morta che diventa viva. La creazione, la fantasia che si fa spettacolo è una delle più efficaci forme di educazione.

 

Mario Lodi – da una lettera del 17/6/’85 al gruppo di Modica del Movimento di Cooperazione Educativa

 

 

Gianni Rodari

Tre volte in vita mia sono stato burattinaio: da bambino, agendo in un sottoscala che aveva una finestrella fatta apposta per assumere il ruolo di boccascena; da maestro di scuola , per i miei scolari di un paesetto in riva al lago Maggiore…. Da uomo fatto, per qualche settimana, con un pubblico di contadini che mi regalavano uova e salsicce. Burattinaio, il più bel mestiere del mondo.

Marionette e burattini, se si trascurano i dettagli filologici, sono arrivati ai bambini per una doppia “caduta”. I loro più lontani antenati sono le maschere rituali dei popoli primitivi. Prima caduta, dal sacro al profano, dal rito al teatro. Seconda caduta, dal teatro al mondo dei giochi. Questa è una storia che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Chi resiste in Italia, a tener desta la tra dizione di questa straordinaria forma di teatro popolare, a parte Otello Sarzi e pochi intimi?

 

Gianni Rodari Grammatica della fantasia Torino 1973 p111